Borgo di Acaya - Lecce

La porta di ingresso del borgo di Acaya, Lecce
Porta di ingresso al borgo di Acaya

La solitudine di un pomeriggio assolato, un cartello indicatore con un colore diverso dagli altri e un nome esotico, che sa un po' di America Latina e che incuriosisce: Acaya.

Quando ci si arriva, la luce del sole e il nero profondo delle ombre ne tracciano i profili; da subito l’imponenza dell’ingresso e delle mura fa capire che si sono due luoghi distinti: fuori, la campagna, dentro, qualche cosa che ha una sua storia ben precisa.

Giungendo qui nel primo pomeriggio, ci si imbatte nell'ora della siesta, nel silenzio/non-silenzio dell'assenza di esseri umani sottolineato dal frinire assordante delle cicale, accolti da un ingresso maestoso che invita quasi ad entrarvi in punta di piedi.

E la mente corre, immagina... quasi pregusta l'apparire improvviso di una guardia in armatura che chiede: "Chi siete? Da dove venite?". E noi, spiazzati, a guardarci indietro, come per mettere a fuoco quel plurale che non comprendiamo fino in fondo.

Ma nessun armigero ci ferma, nessuna armatura. Si entra all'interno delle mura e subito ci si palesa il castello, qualcuno dice infestato da fantasmi, di questo borgo il cui nome richiama il pensiero di luoghi lontani, di Messico, di Maya. Ma in giro non c'è nessuno e quindi tocca a noi sentirci quasi come l'unico abitante del borgo e del castello... un Acayo.

Largo Castello - Acaya - Lecce
Largo Castello
Un lampione di Acaya - Lecce
Un tipico lampione di Acaya

La storia di Acaya

Se lo chiedono in tanti: perché si chiama Acaya se il nome del comune è in realtà Vernole?
Vernole è effettivamente il nome del Comune del quale fanno parte anche altri territori e centri abitati, fra i quali, appunto, Acaya.

Sebbene diversi insediamenti della zona si possono far risalire all'età del bronzo, la storia di Acaya iniziò circa settecento anni fa, quando era nota come feudo di Segine. Carlo II d'Angiò ne fece dono, nel 1294, a Gervasio dell'Acaya, di famiglia nobile spagnola. Circa duecento anni dopo, il settimo barone di Segine, Alfonso dell'Acaya, fece costruire le due torri circolari che oggi fanno parte del castello.

Il figlio di Alfonso, Gian Giacomo, VIII barone di Segine, trasformò la cittadina fortificandola e rendendola praticamente inespugnabile dalle continue invasioni turche. Oltre che imprendibile, la città fortificata era anche autosufficiente: aveva un pozzo, un frantoio e silos per la conservazione delle derrate alimentari. Gian Giacomo impose quindi alla città il nome della propria famiglia.

Complessivamente, la famiglia dell'Acaya tenne il feudo per tre secoli. In seguito esso passò al Regio Fisco per poi essere acquistata da Alessandro De Monti. Ne seguì un periodo di decadenza che culminò con la devastazione turca del 1714.
Dopo diversi decenni di peripezie, nel 1806 la feudalità venne abolita da Giuseppe Bonaparte, re di Napoli e fratello di Napoleone.